SPEAKER CENZOU: «FELICE DI ESSERE UN’ISPIRAZIONE PER I RAGAZZI»
Speaker Cenzou è una delle voci più note del panorama musicale partenopeo.
Dagli inizi nel quartiere di San Lorenzo passando per il gruppo La Famiglia e la carriera da solista, Vincenzo Artigiano, nome d’arte di Speaker Cenzou, ha fatto parecchia strada, senza mai smettere di essere fedele alla sua arte e alla sua musica.
Napoli ieri e oggi: il tuo nome è legato da sempre alla scena musicale napoletana, come vivi il cambiamento della città negli ultimi anni?
Credo che ci siano sempre due modi per affrontare un cambiamento: il primo è rifiutarlo, ripudiarlo, perché ovviamente ci proietta fuori dalla nostra “comfort zone”. Molte persone sono spaventate dai cambiamenti, conosco alcuni che sono letteralmente traumatizzati da tutto quello che minaccia lo status quo. Per mia fortuna non sono mai stato questo genere di persona, anzi.
Il secondo modo per fronteggiare un periodo di cambiamento è, semplicemente, “accettarlo” , abbracciarlo quasi; con questo non intendo dire di cambiare ogni secondo e plasmarsi a quello che succede introno, ma mantenere nella propria individualità e nei propri tratti distintivi la possibilità di essere fluidi e di scorrere all’interno dei cambiamenti. In tutti i campi e gli aspetti della vita, a mio personalissimo parere, non vedere e non considerare il cambiamento ci proietta automaticamente fuori dalla realtà presente.
Il rap a Napoli era la musica dei centri sociali, adesso ha un pubblico molto più vasto. Cosa pensi di questa evoluzione?
Dire che il rap sia a Napoli che in Italia fosse la musica dei centri sociali, a mio personalissimo avviso è un “falso storico”; sia a Napoli che nel resto dello Stivale nei primi anni ’80 c’erano i pionieri che studiavano quest’arte e provavano e sperimentavano questa cosa attraverso il linguaggio a prescindere dalle realtà dei posti occupati, in luoghi di aggregazione, pubblica , per strada in posti come il Regio a Torino o il Muretto a Milano.
Più avanti i centri sociali sono stati amplificatori di questa esigenza artistica e hanno dato spazio e contesti di visibilità a tante realtà artistiche; ma questo binomio (rap- centri sociali, ndr) spesso è usato in modo improprio. Partendo da questo punto di vista, si può tracciare una linea differente, che ha portato gli artisti a fare percorsi diversi a seconda delle necessità comunicative o semplicemente per un discorso di interesse e\o guadagno. Quello che posso dirti è che prima di buono c’era una netta divisione fra un circuito musicale che proponeva qualcosa di inedito, di unico; per farla breve, prima per farti notare dovevi distinguerti artisticamente, cercando di fare qualcosa in un modo che fosse solo il tuo, con gli anni, invece, c’è stata una corsa a fare tutti la stessa cosa per essere legittimati dal mainstream. Tutt’oggi, per farti notare musicalmente devi corrispondere a dei canoni musicali, estetici, e comunicativi, che di fatto non permettono di proporre qualcosa che non sia entro certi parametri.
Come fai a spiegare a chi non fa musica le tue “pause artistiche”?
Per me la cosa è abbastanza semplice: scrivo e pubblico dischi e/o pezzi, o qualsiasi altro contenuto, quando ho vissuto cose che mi hanno ispirato e dato materiale umano ed emotivo da trasformare in arte. Amo prendere il mio tempo, per studiare, per essere ispirato o semplicemente per vivere le storie che poi racconterò nei miei testi. Quanti artisti fanno sempre lo stesso pezzo o lo stesso disco perché magari hanno centrato una formula che ha pagato e la ripropongono all’infinito?
Grazie a Dio, o chi per esso, ho una visione diametralmente opposta: ho la necessità di alzare sempre l’asticella, di sfidare me stesso e far uscire qualcosa che non sia mai e poi mai uguale alla precedente; ho la continua necessità di ispirazioni e senza aver vissuto nulla di nuovo e stimolante mi sentirei a disagio a replicare qualcosa che ho già fatto in passato. Ho rifatto per il ventennale della sua uscita il mio primo album, ma il progetto è stato proprio trattarlo come se fosse un disco nuovo, come se a farlo fosse il Cenzou di questo periodo storico e non quello degli anni ’90, che spesso purtroppo la gente si aspetta, come se fossi ingabbiato nell’ambra , mentre invece sono un’anima in continuo sviluppo e mutamento.
Maurizio de Giovanni, le serie tratte dai romanzi di Elena Ferrante, Jorit, la nuova scena musicale napoletana. Qual è, secondo te, la differenza tra questa fase artistica e le precedenti?
Da qualche anno il “brand Napoli” è diventato, diciamo cosi, alla “moda” e questa cosa da un lato è positiva per il focus nazionale sulla città e su alcuni aspetti dell’arte; di contro, è negativo perché spesso abbassa la qualità dei contenuti e, per quel discorso di omologazione di cui ti parlavo in precedenza, lascia indietro gli artisti che hanno qualcosa di più particolare e unico da offrire.
Sei un rapper “nerd”, amante della saga “Star Wars”. Da dove nasce il tuo amore per i film di Lucas e come ti hanno influenzato?
L’amore per Star Wars me l’ha trasmesso mio padre; quando era ancora in vita mi fece vedere “Star Wars: Una Nuova Speranza” dicendomi: “Questo film parla della vita e dei valori, a prescindere dallo spazio, le spade laser e dalle astronavi. Tu vai oltre e cogline il senso più profondo”.
Non smetterò mai di essergli grato per averlo fatto, l’influenza di Guerre Stellari nella mia vita è costante. È una compagna di viaggio importante che mi ha permesso di sviluppare una sorta di sesto senso sulle cose della vita, proprio come i cavalieri Jedi, e di credere fermamente non solo ad un mondo inclusivo ed egualitario, privo delle imposizioni e delle tirannie dell’“Impero”, ma anche all’esistenza di una sorta di campo magnetico che unisce e lega tutte le cose, proprio come la Forza.
Secondo te le produzioni artistiche provenienti da Napoli riescono a rompere i pregiudizi sulla città oppure li rafforzano?
Dipende dalle produzioni, ovviamente. Ad ogni modo i pregiudizi purtroppo fanno parte di una visione chiusa ed ignorante delle cose. A prescindere da campanilismi di ogni sorta, ci sono molti pregiudizi già a Napoli su Napoli e pure su chi cerca di fare arte in modo non uniforme a quella che è la moda o il trend del momento. Questo a mio personalissimo avviso è un male ben peggiore e quelli più svegli e intelligenti dovrebbero iniziare a fare questo distinguo, avendo il coraggio di spingere e proporre qualcosa di differente piuttosto che i nomi e i brand che sono più in voga per accaparrarsi click. Le persone, i follower, vanno educati: se tu proponi sempre e solo X le persone che ti seguono automaticamente penseranno che non esiste nient’altro; mentre invece è proprio nell’ignoto che puoi trovare le migliori sorprese.
Sei passato dai concerti nei centri sociali a essere citato nella fiction di Rai 1 “Mina settembre”, che effetto ti fa?
Fa piacere, perché è una sorta di riconoscimento al mio valore culturale come artista napoletano del mio genere, ma In tutta onestà, non è che mi cambia la vita. Mi sento sempre lo stesso ragazzo, oggi uomo, che ha una necessità espressiva, un’urgenza comunicativa, a prescindere dall’esterno o dalla gratificazione. Ancora prima dei centri sociali, ero un ragazzino che faceva sentire il suo rap ai ragazzi più grandi all’angolo di strada, a via Tribunali, come a New York facevano quelli prima di me nel Bronx.
Ho girato il mondo grazie alla musica e ancora oggi continuo a fare tante cose, sempre grazie alla musica. Posso riassumere quello che tu chiami “effetto” con una semplice sensazione di gratitudine a quanti sono riusciti a vedere e apprezzare il mio operato, sebbene io non sia stato quasi mai un artista mainstream. Sono Felice di poter essere un’ispirazione per i ragazzi più giovani che vedono in me una persona che ha combattuto e ancora oggi combatte per realizzare i propri sogni.
È morto Maradona, non si è sciolto il sangue di San Gennaro e il Lungomare è stato devastato dalla mareggiata. Sono il segno di un decadimento o della necessità di una nuova rinascita?
Ho imparato negli anni che ogni momento di crisi e di smarrimento precede una rinascita. Spesso abbiamo bisogno di sbilanciarci e perderci per poi ritrovare un equilibrio.
L’importante , secondo me, è non perdere mai la bussola di chi siamo, di cosa siamo, e pensare più a quello che ci può rendere felici e un po’ meno a quello che le persone si aspettano da noi. È un momento storico che ci ha reso, per forza di cose, un po’ più soli, un po’ più tristi e un po’ più isolati. Proprio per questo (e chi mi conosce già, sa bene cosa intendo) dobbiamo guardarci dentro e trovare la forza e la determinazione per rimetterci in carreggiata con la nostra vita… Fare una piccola rincorsa e darci un nuovo slancio!
*Intervista realizzata a marzo 2021

Co-Founder & Giornalista di Radio Checkpoint




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