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4 Metà: recensione della commedia Netflix sull’anima gemella

“La nostra vita può cambiare in base a chi si ama?” O ancora, “Possiamo noi cambiare in base a chi amiamo?” Queste le domande che ci vengono presentate senza sconti già dai primi minuti del film “4 metà”, novità Netflix disponibile in piattaforma dal 5 gennaio, per la regia di Alessio Maria Federici e scritto da Martino Coli.

Commedia romantica sull’altra (o altre?) metà della mela. Le voci narranti di Sara e Luca accolgono subito lo spettatore preparandolo a quello che sarà un gioco delle parti dipendente dal destino, un po’ alla Sliding Doors ma senza metro, o solo dalla chimica incontrollabile tra le nostre quattro metà, appunto. Toccherà a noi scoprirlo mentre due realtà alternative di susseguono senza mai lasciare indietro romanticismo, risate e perché no qualche smorfia triste.

L’evoluzione finale delle storie in sincrono sembra suggerire che, perché una coppia funzioni, non è importante la somiglianza o differenza di carattere e personalità dei partner: non esiste l’anima gemella ma solo la capacità di ogni persona di sapersi trasformare e cambiare in relazione alle vicende offerte dalla vita e dalle variabili incontrollabili del destino insieme al proprio partner.

Per sentirci “completi”, come il mitico ermafrodito di Platone che vaga cercando la propria metà, abbiamo bisogno di mescolarci con l’altro, creando una dialettica che ci faccia perdere vecchie caratteristiche e acquisirne di nuove per poterci così avvicinare all’altro. “Amare”, in sintesi, significa diminuire il proprio ego per trovare la complicità con il partner.

Nulla di innovativo, va detto, ma la recitazione fa si che il film si lasci guardare concedendo spunti di riflessione su uno dei temi più antichi del mondo. Nel cast Ilenia Pastorelli, Matilde Gioli, Giuseppe Maggio e Matteo Martari. Per quale coppia vi scoprirete a tifare potete raccontarcelo nei commenti. Buona visione.

Articolo di Elettra Conte.

“È stata la mano di Dio”: un viaggio nell’animo di Paolo Sorrentino

“È stata la mano di Dio”, nelle sale dal 24 novembre e in arrivo su Netflix il 15 dicembre, è un viaggio su doppio binario: conduce lo spettatore, da un lato, nelle strade di Napoli, dall’altro, nei meandri dell’animo del suo regista, Paolo Sorrentino.

Abbandonati gli sfarzi di una Roma decadente della “Grande bellezza”, passando per le Alpi svizzere di “Youth” e le lussuose ville di “Loro”, Sorrentino torna nei luoghi della sua infanzia e sceglie per le riprese del film la casa della famiglia Schisa, legata al regista da un’antica conoscenza, e posta al piano inferiore rispetto alla propria abitazione familiare.

“È stata la mano di Dio”, atteso come il film più intimista del regista, è la storia di un dolore che lo riguarda da vicino: quello per la prematura scomparsa dei genitori, deceduti nella villetta di Roccaraso, mentre Fabietto Schisa, l’alter ego di Sorrentino, rimane a Napoli per andare allo stadio a vedere Maradona. …“È stata la mano di Dio”- si dirà – a salvare Fabietto dalla stessa sorte che è toccata ai genitori.

Il film è il racconto di tutto quello che viene prima e dopo la perdita: la speranza, la gioia, la giovinezza spazzate via d’un tratto da un dolore che non sa trovare parole per esprimersi, che non sa farsi lacrime.

E, dopo, il silenzio di una casa vuota, la solitudine, la maturità, tutto a un tratto. Maturità che passa attraverso un’iniziazione peculiare, quella della Baronessa che si assume il compito di traghettare Fabietto verso il futuro, un futuro che questi non ha più il coraggio di guardare negli occhi.

Perché il rischio reale, paventato da Capuano, regista legato a Sorrentino sin dagli anni ‘90, è quello di “disunirsi”: di farsi a pezzi, di frammentarsi e perdere il suo vero io.

Ma, alla fine, come per magia, quel dolore inconsolabile trova la sua sublimazione nell’Arte, consolatoria, rassicurante, l’Arte come fuga da “una realtà scadente”.

“È stata la mano di Dio” è, allora, in primo luogo, un racconto di formazione e la ricomposizione di uno strappo che ci consegna oggi un regista da premio Oscar che sa mettersi a nudo davanti al suo pubblico e farsi guardare negli occhi.

Si comprende, allora, finalmente il senso compiuto della disperata e affannosa ricerca degli sparuti, incostanti sprazzi di eterna bellezza, cui il regista ci ha abituato.

Attorno a Fabietto gravita un’umanità variopinta e brulicante: Patrizia, la disperata, il sogno erotico, la matta; la Baronessa, cinica e sprezzante; il contrabbandiere, che insegna a Fabietto il valore della libertà.

E sullo sfondo (ma neanche poi tanto) Napoli e la sua allegoria, Napoli dove il sacro ed il profano si mescolano nelle strade, nelle piazze, negli stadi, attraverso la consacrazione di Maradona a divinità.

Alla fine, come direbbe qualcuno, non è vero che le emozioni sono sopravvalutate, “le emozioni sono tutto quello che abbiamo”: e forti sono le emozioni che “È stata la mano di Dio” ci regala.

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Articolo scritto da Valentina De Felice

GENERAZIONE NETFLIX

È la generazione di quelli che guardano poco la tv o non la guardano affatto, è la generazione di quelli che si informano e interpretano il mondo anche attraverso i contenuti delle piattaforme streaming, è la generazione costantemente in cerca di nuove storie che facciano breccia nella vita sempre più caotica di chi lotta tra precarietà e grandi sogni. È la nostra generazione, quella di Netflix!

Non c’è dubbio che Netflix abbia portato una rivoluzione enorme nel modo di fruire i contenuti audiovisivi e nel fare produzione cinematografica, ma di questo si è scritto e detto già tantissimo. Quello di cui si parla poco è la generazione che usa questo nuovo strumento digitale e di streaming. Netflix ha avuto infatti negli ultimi anni (e continua ad avere) un impatto molto rilevante su tutti quegli utenti dai 16 ai 30 anni, non solo se analizzati come consumatori, ma anche come vero e proprio popolo o vera e propria comunità. Una comunità globale fatta di decine di milioni di persone, che da New York a Parigi e da Londra a Città del Messico masticano sempre di più argomenti e temi simili, e sperimenta modalità di comunicazione e di linguaggio che non sono così distanti tra loro come lo erano un tempo.

Questo non significa che si è creata una totale uniformità, è infatti evidente che per leggere in profondità l’animo di questa generazione non basta dire che “tutti guardano le stesse cose e quindi sono uguali”, ma provare a comprendere che se molti di noi cercano le stesse risposte e le cercano in serie e film (e quindi in argomenti, in approcci e in visioni) uguali e fruite allo stesso modo è perché i nostri problemi, molto spesso, coincidono con quelli degli altri.

Da questo punto di vista Netflix è diventata così una piattaforma di raccolta di istanze e sensibilità proprie di questo tempo: l’innovazione tecnologica e come viene sfruttata, l’uso e l’abuso dei social media, la nuova spinta verso i diritti civili di comunità svantaggiate, la precarietà della vita personale e professionale. Non a caso, in maniera sicuramente intelligente, le produzioni del colosso californiano rispecchiano sempre di più questo quadro generale delle società attuali. Perché Netflix, a torto o a ragione, parla proprio a quella gente.

Tutto ciò non rappresenta di certo uno scenario totalmente positivo. Non è positivo, infatti, che certe istanze di una parte importante di società, quella più giovane, vengano rappresentate talvolta più efficacemente da realtà intangibili e non istituzionali. Bisognerà ripartire dai temi cari a questa generazione per ricostruire uno spazio serio di dibattito sui giovani e sul futuro. Bisognerà avere il coraggio di non snobbare quei temi ma calarsi con umiltà nei panni di chi li sente su di se, ed ascoltare.

 

Articolo scritto da Antonio Di Palo

TORNA EMILIY IN PARIS CON NUOVA STAGIONE!

La serie ti di Darren Star distribuita da Netflix, nata nell’ottobre del 2020, torna con una nuova stagione!
È stata la protagonista Lily J. Collins a darne la notizia sul suo profilo Instagram: “Coming in haute“ con una foto che la ritrae con un bellissimo vestito COLOR indaco con dietro una Parigi tutta rosa!

LA TRAMA

LIly J. Collins, tra le attrici più amate e icona di moda indiscussa, veste la parte di Emily, che con il suo lavoro social media marketing, avrà il compito di portarlo in una filiale di Parigi controllata dall’azienda di Chicago dove lavora. Inutile dire che è stato fatto un lavoro esemplare: sembra di passare tra le vie parigine, dai negozi di fiori e baguette, di incontrare i personaggi con quel carattere tipico francese. Una gioiosa e, decisamente, molto americana Emily si trova a dover fare i conti con una realtà diversa dalla sua. Ma che presto dominerà con successi e nuovi amori.

DATA DI USCITA DELLA NUOVA STAGIONE
La serie ha avuto un enorme successo sin dagli esordi, tanto che nella nuova stagione si prevede un bis!
Candidata per la miglior serie commedia o musicale ai Golden Globe 202.

Ma quando uscirà? Durante l’evento TUDUM è stato annunciato la data di uscita: 22 dicembre 2021!

ANTICIPAZIONI

Le affermazioni del regista su Emily: “Sará una residente a tutti gli effetti“. Pare che ormai la spaesata americana diventerà una vera parigina! Ma vedremo anche una Emily più matura che “Metterá i piedi per terra“. Ci sono anche delle News: entra a far parte del cast Lucie Laviscount nel ruolo di Alfie, un londinese che non vuole saperne della cultura francese.
Pare che tra i due non correrà buon sangue : secondo le indiscrezioni questa antipatia potrebbe rivelare un nuovo amore. E ancora Arnaud Binard, proprietario di un locale a Saint Tropez. Lo stilista Gregory E. Dupree verrà interpretato da Jeremy O.Harris che, a quanto pare, avrà un ruolo sempre più importante .

LILY J. COLLINS: ICONA!

La figlia del celebre musicista inglese Phil Collins, è un attrice di una bravura indiscussa e non solo: è una vera icona. Dal volto unico, con occhi penetranti, lo ha prestato per molti marchi di moda. Nella serie mostra look favolosi: dai colori accesi che apparentemente sembrerebbero far a pugni, ma che riescono perfettamente come un dipinto ben riuscito. Spiccante è lo stile CHANEL, le parole di Patricia Field: “I capi Chanel sono stati molto importanti nella definizione del personaggio di Emily, poiché li abbiamo usati per mettere in evidenza il suo lato eclettico e giovanile“.
Lily ha un “curriculum “ lungo pagine, noi la ricordiamo nei panni di Biancaneve al fianco della sensazionale Julia Roberts e nella ragazza che affronta un problema che affligge molti giovani in “Fino all’osso“. Candidata ai Golden Globe 2021 per la sua interpretazione di Emily nella Parigi dei giorni nostri, si conferma come una multitasking e strabiliante attrice.

Curiosi di vedere i nuovi Look di Emily e il seguito della sua storia?

Radiochekpoint vi augura una buona visione e restate aggiornati!

 

Articolo scritto da Federica Maria Russo.

SQUID GAME: BEI COLORI, VIOLENZA E SCENARI DISTOPICI

È la serie Netflix più vista di sempre con 111 milioni di spettatori raggiunti, è il prodotto culturale dell’anno, ed è soprattutto e prima di ogni cosa uno show di altissima qualità.
Stiamo parlando di SQUID GAME, la serie tv coreana scritta già nel 2008 da Hwang Dong-hyuk ma che nessuno voleva finanziare, diventata tredici anni dopo un fenomeno globale.

Poche produzioni cinematografiche, seriali e/o culturali riescono nel contesto sociale odierno a fare il salto di qualità inserendosi nell’immaginario collettivo di un pubblico internazionale e trasversale. La maggior parte resta solo “prodotto” e non fenomeno e caso da analizzare più a fondo. Squid Game è una delle poche serie tv che negli ultimi anni è riuscita a compiere questo passo, frutto di una lettura limpidissima del mondo di oggi e resa “gustosa”, nonostante gli elementi macabri e violenti, da un mix attraente di colori e immagini. Squid Game ci ha fatto tornare quella voglia di scendere negli inferi della complessità psicologica di personaggi che, in realtà, sono molto più vicini a noi di quanto potremmo immaginare.

Questo perché Squid Game è un gioco pensato e realizzato in una Corea del Sud alle prese con una dura inflazione (già questo uno scenario tutt’altro che lontano e mai vissuto dalle ultime generazioni) e che fa arricchire sempre di più chi già è ricco, lasciando letteralmente a lottare per la vita i poveri, i fragili, i soli. È un gioco che rappresenta cosa sono disposti a fare cittadini che non possiedono più nulla e come si nascondano dietro l’angolo (con le ovvie e dovute distanze show-vita reale), se non fornite a tutti le stesse opportunità, delle storture socio-economiche enormi.

Squid Game è brutale ma colorato, ed è fatto di biscotti tipici sudcoreani (la cui ricetta sta spopolando sul web) e di giochi per bambini. La stessa grafica della serie, nella sua interezza, rispetta questi elementi, poiché le scene sono quasi tutte girate in contesti che sembrano trasportarti in una puntata di Takeshi’s Castle, o in una play area per bambini all’esterno di un centro commerciale.

L’impatto che la serie sta avendo è enorme e va dalla speculazione e la polemica politica in Corea del Sud e non solo alla enorme mole di merchandising prodotta, passando per il rischio di deviare i comportamenti dei minori che la guardano. Proprio quest’ultimo aspetto ha sollevato un aspro dibattito che ha diviso i fan della serie con chi la demonizza per i suoi eccessi di violenza.

Ma da qualunque lato la si voglia guardare, sta di fatto che Squid Game ha attirato l’attenzione di tutti e si è imposta come uno show allo stesso tempo innovativo, distopico ma verosimile, perché generato da questioni e fatti di tutti i giorni che ognuno può trovarsi a vivere o quanto meno a sentirne parlare: dalla difficoltà a pagare l’affitto, ai debiti di gioco.

Fateci sapere cosa ne pensate voi!

 

Articolo scritto da Antonio Di Palo